Schizofrenia e nuove tecnologie: l’utilizzo della realtà virtuale

Schizofrenia e nuove tecnologie: l’utilizzo della realtà virtuale

Le nuove tecnologie e, in particolare, l’utilizzo della realtà virtuale, stanno sempre di più diffondendosi ed affermandosi in vari settori.

Il termine “Virtual Reality” (VR) è stato coniato nel 1987 da Lanier, ma lo sviluppo della realtà virtuale risale al 1957 quando Morton Heilig, un direttore della fotografia, rivelò che il pubblico sarebbe stato attirato più efficacemente nelle storie se tutti i loro sensi fossero stati stimolati. Da quel momento nacquero i primi dispositivi di VR, che, la ricerca multidisciplinare ha cercato di applicare in ambito medico all’interno di vari settori quali la diagnosi, il trattamento, la consulenza, la riabilitazione, la progettazione, etc.

Nell’ambito della salute mentale, la Virtual Reality Therapy (VRT) è stata utilizzata come intervento integrato all’interno del progetto terapeutico riabilitativo personalizzato dell’utente. In particolare, sono stati individuati due obiettivi della VRT in ambito sanitario: la realtà virtuale come strumento di simulazione e la realtà virtuale come strumento di interazione.

In letteratura vi sono diversi studi che evidenziano l’efficacia di questo strumento nell’ambito delle patologie psichiatriche come, per esempio, per il trattamento del disturbo post traumatico da stress, delle dipendenze, delle fobie (come acrofobia, dell’aracnofobia, claustrofobia, fobia sociale, agorafobia, etc.) dei disturbi d’ansia, nei disturbi del comportamento alimentare, della paura della guida, etc.

La VRT, inoltre, è risultato un metodo efficace negli interventi di social skills training per l’apprendimento di abilità o per migliorare la disfunzione sociale nei pazienti con psicosi o con un disturbo dello spettro autistico, e come strumento per un intervento psicoeducativo mirato al riconoscimento degli eventi che precedono una crisi o che determinano variazioni nella sintomatologia.

Numerosi strumenti tecnologici sono stati riportati dalla letteratura scientifica come efficaci nella diagnosi e nel trattamento e nella riabilitazione dei disturbi cognitivi: l’ampia portata della realtà virtuale ha consentito il suo utilizzo, nella valutazione e nella riabilitazione di pazienti con un disturbo schizofrenico, andando a lavorare, per esempio, sull’apprendimento e sul miglioramento delle abilità sociali. In particolare vi sono numerosi studi che evidenziano l’efficacia dell’utilizzo della realtà virtuale negli interventi per il trattamento dei disturbi psicotici, in cui la VRT è stata utilizzata per una serie di scopi, tra cui il trattamento della sintomatologia positiva.

A differenza degli interventi per il trattamento dei disturbi d’ansia e delle fobie, in cui la VRT è utilizzata come tecnica di desensibilizzazione, per i sintomi positivi della schizofrenia, si mette in atto una modalità interattiva, utilizzando la cosiddetta “AVATAR Therapy”.

Le allucinazioni uditive, tipicamente di natura dispregiativa e minacciosa, sono riportate da circa il 60-70% delle persone con schizofrenia e, sebbene la terapia farmacologica sia efficace nel trattamento di questa tipologia di sintomi, circa il 25% dei soggetti psicotici continuano a sperimentarle. Diversi approcci si basano sulla concezione che le allucinazioni uditive abbiano identità personali con cui l’ascoltatore stabilisce una relazione personale. La voce sentita è generalmente vissuta come dominante, a volte anche onnipotente, e il soggetto assume un ruolo sottomesso caratterizzato da sentimenti di inferiorità e impotenza che possono riflettere le relazioni sociali più in generale.  Alla luce di questa scoperta, sono stati sviluppati approcci esplicitamente relazionali e interpersonali che individuano le voci nel contesto biografico della persona andando a focalizzarsi sulle dinamiche interpersonali del soggetto. La terapia AVATAR, per esempio, appartiene a questa nuova ondata di approcci relazionali ma, le esperienze dell’utente, vengono trattate in un modo nuovo. Questo approccio prevede, infatti, un uso creativo e innovativo delle esperienze psicotiche attraverso la loro rappresentazione digitale, quindi mediante un avatar, per fornire la possibilità di un incontro terapeutico, controllato ma realistico tra l’utente e le sue voci, consentendo il dialogo e il cambiamento. In questo modo il soggetto può interagire con una rappresentazione digitale delle sue voci: importantissimo è il ruolo del terapista che media la comunicazione supportando il soggetto nell’acquisizione graduale di maggiore potere e controllo all’interno della relazione con le voci, che se inizialmente assumono un tono onnipotente, nel tempo verranno percepite come meno imperative e l’utente riuscirà maggiormente a gestirle.

Sebbene però, in diversi studi sia stata dimostrata l’efficacia dei trattamenti riabilitativi mediante realtà virtuale, la diffusione di questa tipologia di interventi nell’ambito della salute mentale sta incontrando alcuni ostacoli. Tuttavia, questi strumenti clinici innovativi di virtual reality potrebbero, in futuro, diffondersi maggiormente diventando sempre più frequenti all’interno dei servizi psichiatrici per la valutazione e il trattamento riabilitativo dei pazienti.

Riferimenti bibliografici

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