Diventare genitori non è un atto che si risolve con la nascita di un figlio, bensì un percorso che modifica fortemente il funzionamento psicologico degli individui, intesi sia come singoli, che come sistema familiare.
I cambiamenti ai quali sono sottoposti i genitori sono di varia natura: la coppia si trova ad affrontare il delicato passaggio da una relazione diadica a una triadica, passaggio che comporta una serie di profonde modificazioni strutturali e d’investimento.
Nell’assumere il ruolo genitoriale i partner entrano in un nuovo ciclo vitale e, a tutti gli effetti, nell’età adulta. Inoltre, in seguito all’evento nascita, i genitori devono effettuare uno spostamento di investimento dal bambino immaginario al bambino reale: in questo passaggio esiste la possibilità di proiettare sul figlio i propri aspetti infantili, in virtù delle numerose identificazioni con i propri genitori.
Infine, uno dei cambiamenti più radicali e che maggiormente mette alla prova l’equilibrio psichico è l’attivarsi di quella straordinaria sollecitudine per un’altra persona, chiamata da Winnicott “preoccupazione materna primaria”, ossia quello stato mentale in cui la madre è completamente assorbita dalla presenza del figlio e perde di vista il mondo esterno (Winnicott, 1965). Questa alterità estrema non è solo l’effetto di un’angoscia fantasmatica, ma è costantemente sollecitata dalla realtà delle esigenze del bambino stesso.
Questi e altri cambiamenti significativi conferiscono al periodo della genitorialità una connotazione assolutamente peculiare: tale costellazione è un sistema complesso che include lo specifico funzionamento psichico materno e paterno, ed in cui la presenza del bambino si interseca per costruire una fenomenologia specifica. Nel corso degli anni molti autori e studiosi si sono soffermati sul concetto di genitorialità, attribuendo significati e funzioni differenti a seconda dell’ottica di indagine. Nel 2006 Gianluigi Visentini raccolse in un’unica sintesi le descrizioni della letteratura, analizzandole dal punto di vista delle funzioni:
- Funzione protettiva. È la funzione tipica del caregiver che consiste nell’offrire cure adeguate ai bisogni del bambino. Con Brazelton e Greenspan possiamo dire che le figure dei caregiver rispondono soprattutto al bisogno di sviluppare costanti relazioni di accudimento e al bisogno di protezione fisica e di sicurezza. È quella che più di tutte determina il legame di attaccamento teorizzato da Bowlby, il cui scopo è la vicinanza della figura materna, così che il bambino possa trovare una “base sicura” a cui tornare per essere rinfrancato dopo le sue esplorazioni.
- Funzione regolativa. La regolazione va intesa come la capacità che il bambino possiede fin dalla nascita di regolare, appunto, i propri stati emotivi e organizzare l’esperienza e le risposte comportamentali adeguate che ne conseguono. Ma le strategie per la “regolazione di stato” sono inizialmente fornite dal genitore. La difficoltà a questo livello porta a disturbi della regolazione (difficoltà nel modulare il comportamento, i processi sensoriali, fisiologici, attentivi, motori o affettivi, nell’organizzare uno stato di calma, di vigilanza, o uno stato affettivo positivo). La funzione regolativa genitoriale può avere un funzionamento iper (con risposte intrusive che non danno tempo al bambino di segnalare i suoi bisogni o i suoi stati emotivi), ipo (quando vi è una mancanza di risposte), inappropriata (quando i tempi non sono in sincronia col bambino).
- Funzione normativa. Conseguente all’evolversi della funzione regolativa o forse come funzione a sé stante c’è la funzione normativa, che consiste nella capacità di dare dei limiti, una struttura di riferimento, una cornice e corrisponde a quel bisogno fondamentale del bambino che è il bisogno di contenimento, di vivere dentro una struttura di comportamenti coerenti. È forse questa una delle funzioni genitoriali che mette più a contatto la storia normativa personale e la cultura dell’epoca nella quale si vive (genitore sociale).
- Funzione predittiva. È la capacità del genitore di prevedere il raggiungimento della tappa evolutiva imminente. I genitori adeguati sanno percepire in modo realistico l’attuale stadio evolutivo del bambino e sanno allo stesso tempo intuire quei comportamenti che promuovono e sviluppano il nuovo comportamento. Come scrivono Trad e Kernberg “una diade è un’unità al cui interno la crescita e il cambiamento di uno dei membri implica la crescita e il cambiamento anche dell’altro”. Una difficoltà a questo livello può comportare una serie di disturbi evolutivi sul piano somatico, cognitivo e motivazionale. La funzione predittiva non è solo la capacità di intuire e facilitare lo sviluppo del bambino ma soprattutto la capacità di cambiare modalità relazionali con il crescere del bambino e con l’espandersi del suo mondo e delle sue competenze.
- Funzione affettiva. E’ soprattutto Daniel Stern che ha introdotto questo concetto nelle sue ricerche sull’interazione madre-bambino. Uno dei termini che meglio lo identifica è “sintonizzazione affettiva”, dall’autore descritta in termini molto particolari come “l’esecuzione di comportamenti che esprimono la qualità di un sentimento condiviso senza tuttavia imitarne l’esatta espressione comportamentale”, e che tuttavia oggi ha assunto un significato più generalizzato di capacità di entrare in risonanza affettiva con l’altro senza esserne inglobato.
- Funzione rappresentativa. È quella individuata da Stern, nel 1995, con lo “schema dell’essere con”, ovvero un insieme di interazioni reali con il bambino. Si suddividono in “schemi della madre relativi a se stessa come donna”, che comprendono la modificazione dei ruoli personali, sociali e familiari della donna, nonché uno spostamento dell’equilibrio tra narcisismo e altruismo; “schemi relativi al bambino”, che si riferiscono a tutte le previsioni e le aspettative per il futuro, ma anche valutazioni sul presente e sulle caratteristiche personali del piccolo; “schemi relativi al marito”, ovvero quelli che entrano in gioco nel passaggio da una relazione diadica a una triadica e all’identificazione del proprio compagno come padre del proprio figlio; “schemi della madre relativi alla propria madre”, che riguardano la rivalutazione delle proprie figure genitoriali, in particolare quella della propria madre, connotata da un duplice processo di identificazione e proiezione, ma anche da aggressività legata al superamento delle precedenti fasi dello sviluppo psichico della donna.
- Funzione significante. Bion parla di “funzione alfa” della madre come capacità di dare un contenuto pensabile, sognabile e utilizzabile dall’apparato psichico, alle percezioni, alle sensazioni del neonato che sono ancora prive di spessore psichico. La madre costituisce attraverso la reverie un contenitore dentro il quale il bambino inizia a pensare, poiché adattandosi ai bisogni del bambino aiuta il bambino stesso a com-prendere il suo bisogno. Questo postula un complesso intreccio di proiezioni e identificazioni tra madre e bambino, creando una cornice che dà senso alle sue azioni. Questo dare senso, ai suoi bisogni, ai suoi gesti all’inizio casuali, ai suoi movimenti, alle sue espressioni, inserisce il bambino in un mondo di significato.
- Funzione fantasmatica. La Fraiberg (1975) ci parla di fantasmi come di ricordi non elaborati che invadono “la culla del neonato”, ma il termine fantasma si può allargare a tutte le fantasie genitoriali che per lo più servono a conoscere la realtà (nel confronto tra mondo ideale e mondo reale) e a “fondare l’essere e costituirne l’identità”.
- Funzione proiettiva. Vi è una mutualità psichica tra genitori e bambino all’interno della quale occupa un posto fondamentale la proiezione. Tale modalità è anche definita narcisistica nel senso che ciò che viene visto, amato, sognato, desiderato non è l’oggetto esterno, che è sempre diverso da sé, ma parti di sé o immagini di sé. E’ ciò che gli autori chiamano “scenari narcisistici della genitorialità”. Questi scenari possono dar luogo a psicopatologie nel momento in cui tali proiezioni siano molto invasive e disturbanti della relazione reale con il bambino. Ma esse fanno parte anche di una sana genitorialità il cui aspetto narcisistico è parte del quadro relazionale. Il narcisismo, sia materno che paterno, ha uno spazio fondamentale nel costruire l’immagine del bambino e nel collocarla appunto dentro un particolare scenario di sviluppo. La relazione con il bambino è sempre una relazione oggettuale come essere diverso da sé, ma è sempre anche una relazione narcisistica con parti di sé viste nel bambino. È la dinamica tra queste due relazioni co-presenti a costituire il confine tra normalità e psicopatologia. Va sottolineato inoltre come all’interno di questa funzione proiettiva si collochi la capacità di tollerare la separazione, l’indipendenza e l’autonomia del figlio, considerandolo, quindi, come oggetto a sé stante e non come oggetto narcisistico. Pertanto la funzione proiettiva va continuamente rielaborata dal genitore per poter dare sempre più spazio alla relazione oggettuale, cioè quella con il figlio-altro-da-sé.
Secondo Stern (1995), con la nascita di un bambino, la donna raggiunge una nuova organizzazione psichica che, anche se temporanea, diventa la linea organizzativa dominante del lavoro di elaborazione e rielaborazione psichica. Questo processo è descritto dall’autore come “costellazione materna”, ossia la particolare organizzazione della vita psichica appropriata e adatta alla situazione reale di avere un bambino di cui prendersi cura. Ed è all’interno di questa struttura che potrà costituirsi una condizione di nuovo equilibrio in cui si determinerà una relazione armoniosa tra bambino e genitore, oppure potrà manifestarsi una situazione di disagio psichico che troverà espressione in interazioni disturbate, causa di profonda sofferenza per il bambino. Un accadimento disadattivo può precocemente provocare degli effetti negativi sullo sviluppo del bambino, che potrebbero rimanere stabili se non avvengono dei sostanziali cambiamenti nell’ambiente in cui il bambino vive.
BIBLIOGRAFIA
- TERRONE, Genitorialità tra normalità e patologia, International Journal of Psychoanalysis and Education, n.3, vol.I, 2006
- BATTISTA CAMERINI, E. SECHI, Riabilitazione psicosociale nell’infanzia e nell’adolescenza, Bologna, Maggioli Editore, 2010